STORIA DEL CULTO (1)
Una lunga notte
Iniziale oscurità
Il Vangelo di Marco non fa mai il nome di Giuseppe, nonostante riporti molte notizie sulla vita di Gesù. Si potrebbe credere che anche gli altri evangelisti gli attribuiscano ben poca importanza: non è vero. Al contrario, i pochi passi di Luca e Matteo, che interessano Giuseppe, sono di fondamentale importanza, sebbene nascosta.
Da parte sua Giovanni, nel primo capitolo del suo Vangelo, consacra alla scoperta del Messia un significativo versetto: “L’abbiamo trovato…”, dice Filippo in modo trionfale parlando di Colui che Mosè e i profeti annunciavano, “è Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth” (Gv 1,45). Vale a dire: era ben nascosto!
Tutto accade come se il Padre eterno avesse voluto far assumere pienamente a quest’uomo il suo ruolo, senza che ciò apparisse.
Tuttavia, nei “Vangeli dell’Infanzia”, si sente la sua presenza ovunque. Una presenza attiva, vigile, essenziale.
Dopo la fondamentale scena del Tempio, dove Gesù si reca con i suoi genitori, Giuseppe scompare assieme a Gesù e a Maria, o, per meglio dire, Gesù e Maria, grazie a lui, scompaiono. Egli scompare e, nello stesso tempo, fa scomparire. Viene nascosto e nasconde. Egli sottrae l’Incarnazione agli sguardi, come dirà Bossuet: “Gli apostoli sono come lampade, per mostrare Gesù Cristo al mondo; Giuseppe è il velo per coprirlo, e sotto quel velo ci nasconde la verginità di Maria e la grandezza del Salvatore delle anime”.
Giuseppe esce dalla scena del Vangelo quando il Figlio raggiunge i trenta anni. È l’età in cui l’antico Giuseppe lascia il Faraone per cominciare la sua brillante carriera di primo ministro; è l’età in cui Davide, l’amato predecessore, diviene re; è l’età delle grandi responsabilità.
La ragione di questa silenziosa scomparsa, che Maria più tardi imiterà, è semplice: ormai Gesù parlerà del Padre come del centro di tutta la sua missione. Bisognava, perciò, che non sussistesse il minimo equivoco. In nulla Giuseppe deve disturbare la sua missione.
Primi tempi del cristianesimo
Nei primi secoli del cristianesimo la Provvidenza ha scelto ha scelto per Giuseppe la più totale oscurità. Per meglio dire, essa ha imbrogliato le strade… nel nostro gergo moderno chiameremmo questa operazione “disinformazione”. Disinformare significa far passare delle notizie false per mettere fuori strada. Così il Protovangelo di Giacomo, (un testo venerabile, scritto con l’intento di edificare, ma in uno stile opposto a quello del Vangelo, così sobrio e rispettoso delle fonti), inventa alcuni dettagli su Maria e Giuseppe.
Giuseppe è presentato come un vecchio che era già stato sposato e già aveva avuto figli da un’altra moglie. Questo fatto semplificava tutto: la verginità di Maria era in buone mani (almeno così si credeva)! Nello stesso tempo si potevano spiegare i
“fratelli di Gesù”, la presenza dei quali era imbarazzante per coloro che non conoscevano la maniera semitica di designare i membri dello stesso clan.
Queste immagini falsate percorrono tutto il Medio Evo e continuano ad imporsi in Oriente, molto più sensibile, rispetto all’Occidente, al peso dei testi antichi.
Fortunatamente, dai primi secoli, si è imposta una riflessione: Giuseppe e Maria erano realmente sposati e qui, più che altrove, non si può davvero separare ciò che Dio ha unito.
Nei primi tempi, dunque, vi è stato l’impedimento di attribuire alla coppia di Giuseppe e Maria l’importanza che successivamente assumerà.
Il Medioevo
Nella prima metà del XII secolo incontriamo il grande san Bernardo, innamorato di Maria. Meditando davanti ai suoi monaci sull’Annunciazione, l’argomento da lui preferito, scorge Giuseppe e cerca di comprendere, secondo la sua esperienza, per quali ragioni questi volesse ripudiare la sua sposa incinta, così si esprime: “Giuseppe… giudicando se stesso indegno e peccatore, diceva fra sé: ‘ Ella è così perfetta e così grande; io non merito che mi accordi ancora di condividere la sua intimità; la sua sconcertante dignità mi oltrepassa e mi colpisce’. Si accorgeva con religioso timore che Maria portava molto chiaramente il segno di una presenza divina…” .
San Bernardo comprende che quest’uomo è l’intendente di Dio e che, proprio per questa ragione, supera nettamente l’antico Giuseppe che era solo l’intendente del Faraone, immagine lontana, malgrado la sua grandezza, del capo della Santa Famiglia.
Ciò che san Bernardo meno chiaramente comprende è la portata esatta del matrimonio di Giuseppe e Maria e, di conseguenza, di questa paternità di Giuseppe nei confronti di Gesù (Giuseppe è padre di Gesù, perché sposo di Maria). “Egli non è stato – dice – né il marito della madre, né il padre del figlio, e pertanto un piano indubitabile e necessario gli impose di portare ad un tempo quel doppio titolo di sposo e padre, e di passare per tale” (Seconda omelia “super Missus”).
Queste reticenze sono interessanti e mostrano, meglio di ogni altro esempio, come il mistero di Giuseppe resti nascosto “secondo un piano indubitabile e necessario”, per riprendere i termini stessi di san Bernardo.
Qualche anno più tardi, san Francesco d’Assisi, la cui anima appassionata vuole seguire tutte le tracce di Gesù, istintivamente ritrova le gesta di Giuseppe, quando vuole rivivere , verso la fine della sua vita, la raggiante povertà della natività, durante la notte di Greccio, nel Natale 1223. Il suo giovane discepolo, il portoghese Antonio di Padova, il più popolare di tutti i santi latini, sarà rappresentato col Bambino Gesù tra le braccia, cioè, di fatto, senza che ci si abbia pensato, la prima icona vivente del giovane Giuseppe.
Esiste un’esperienza popolare e profonda del mistero della Santa Famiglia che si ritroverà nel pensiero di san Bonaventura (per il quale tuttavia Giuseppe resta ancora un “santo vegliardo”) e soprattutto nell’attiva pietà.
I primi uffici liturgici in onore del nostro santo nasceranno presso i francescani. È Sisto IV, un papa francescano, a far entrare Giuseppe nel breviario e a fissare, nella Chiesa, la sua prima festa liturgica grazie all’atto del 19 novembre 1480. La prima
cappella eretta in suo onore è senza dubbio quella che i francescani erigono a Tolosa nel 1222. I grandi promotori della sua causa, se così si può dire, saranno per primi dei francescani come Bernardino da Siena in Italia e il cardinale Cisneros in Spagna, proprio nel momento in cui nasceva santa Teresa d’Avila.
Testimone privilegiato è senza dubbio quell’uomo originale e fuori da ogni schematismo che fu Ubertino da Casale, un italiano della fine del XIII secolo. Esiliato nel 1305 sul monte della Verna, là dove ottant’anni prima san Francesco aveva ricevuto le stimmate, egli medita i misteri di Gesù e incontra Giuseppe. In un suo libro esprime quello che diverrà l’intuizione di base del pensiero cristiano: Maria è perfettamente santificata da Gesù e Giuseppe è perfettamente santificato dall’intervento intermediario di Maria.
Per Ubertino da Casale, Giuseppe è il compimento, “la felice conclusione dell’Antica Legge”.
In modo nascosto si preparano le nuove scoperte del XV e soprattutto del XVI secolo (Da Giuseppe, una paternità discreta di André Doze, pagg. 23-37 rielaborate).
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