III QUARESIMA – C - Sia lodato Gesù Cristo!
Cari fratelli e sorelle, normalmente i mass-media sono pieni di fatti di cosiddetta “cronaca nera”, di fronte ai quali noi restiamo ormai quasi indifferenti, essendoci come abituati.
Bene; due fatti di cronaca nera appaiono quest’oggi anche nella pagina del santo Vangelo. Il primo fu dovuto alla crudeltà di Piato, che comandava la Giudea in quel tempo e che poi, come sappiamo, avrà una parte decisiva anche nella Passione e Morte di nostro Signore Gesù Cristo; dunque, a quanto sembra, Pilato si comportò male in più di qualche occasione. Orbene, Pilato aveva fatto uccidere alcuni Galilei, non sappiamo per quale motivo. Ed ecco che la gente va da Gesù a riferire questo fatto; Gesù ascolta e a sua volta cita un secondo fatto, questa volta avvenuto non per la cattiveria di un uomo, ma per un incidente, per un evento della natura, per una disgrazia, che non dipendeva da nessuno, almeno in maniera immediata. Ossia, c’era una torre, la torre di Siloe, che cadde non sappiamo per quali cause: diciotto persone si trovavano nelle vicinanze, per cui la torre, cadendo, le uccise.
Un fatto di cronaca nera dovuto alla cattiveria di un uomo, e un altro fatto di cronaca nera dovuto ad una disgrazia naturale.
Del primo fatto era responsabile Ponzio Pilato. Del secondo fatto non era responsabile nessuno, ma era avvenuto “per caso” si direbbe. Due fatti che sarebbero andati bene anche in qualche telegiornale dei nostri giorni. Ma oggi normalmente si riferisce il fatto e poi si passa subito ad un altra notizia, l’una a fianco all’altra, tanto per riferire e tanto per sapere. Oppure si cominciano a fare le solite “tavole rotonde” e le inchieste intorno a quei fatti, per appurare le responsabilità e magari intentare una causa contro Ponzio Pilato o contro qualche altro. Oppure, per la torre di Siloe, si cominciano a vedere le responsabilità remote: chi ha costruito quella torre, se ci ha messo il materiale adatto. Se si sapeva che la torre era fatiscente perché non si è rimediato in tempo affinché non cadesse? E così via ... E si va avanti con tante trasmissioni. I giornalisti vanno in giro a raccogliere notizie, a saperne di più, ad entrare anche nei minimi particolari, a produrre immagini, parole, suoni … Ma il tutto - ripeto - solamente per parlare e per fare notizia.
Tutto sommato, nostro Signore la pensa diversamente; la pensa da Dio, il nostro unico vero Dio. Egli non si limita ad un orizzonte terreno, alla vita naturale presente. Vede le cose dall’alto, dall’eternità che importa al di sopra di ogni altra cosa. E allora, giustamente egli ne approfitta - come spesso faceva - per dare una lezione, per offrire un ammaestramento ai suoi interlocutori i quali erano andati da lui forse anche per accusare indirettamente quei Galilei uccisi da Pilato: “Se essi hanno fatto questa brutta fine, si vede che erano peccatori e responsabili dinanzi a Dio!”. Ma quegli interlocutori non si sentivano coinvolti in prima persona. Era una cosa che non li riguardava troppo, che non gli interessava più di tanto. Se non che, nostro Signore Gesù Cristo li chiama direttamente in causa, aggiungendo a questo scopo anche una parabola inventata da lui, quella del fico sterile.
Orbene, quali insegnamenti offre Gesù, insegnamenti che senza dubbio potranno essere utili anche per noi?
Anzitutto, nostro Signore vuol dire: “Voi siete immersi nel mistero, non sapete tutto, non sapete perché, non potete e forse anche non dovete saperlo”. Infatti: perché quei Galilei furono ammazzati da Pilato? Perché quelle diciotto persone morirono, crollando su di loro la torre di Siloe? Perché essi e non altri? Perchè in quel momento e non dopo? Ci sono, fratelli e sorelle, una infinità di cose che noi non riusciamo a comprendere e a spiegare, perché siamo limitati e finiti. E’ bene sempre ricordarci del nostro limite, contro tutti gli orgogli che potrebbero tentarci specialmente oggi, nella società della tecnica e della scienza. Questo è un primo insegnamento sottinteso da Gesù.
Poi, un secondo pensiero. Ossia: le disgrazie, il male non è che viene inflitto in maniera proporzionata, direttamente e subito, a colui che pecca. Insomma, quelli uccisi, da Pilato o dalla torre di Siloe, erano più o meno peccatori come gli altri. Solo che essi morirono e gli altri continuarono a vivere. Dunque, non c’è un rapporto diretto, immediato, preciso tra peccato e disgrazia. E’ bene ricordare anche questa seconda cosa. E nostro Signore volle ricordarla anche ai suoi interlocutori, perché specialmente a quei tempi, ma anche oggi un po’, c’era la mentalità che la disgrazia, la malattia, la morte, qualunque male colpiva il diretto interessato a causa dei suoi peccati. Ricordate quando portarono a Gesù il cieco nato? Domandarono: “Perché è nato cieco, per il suo peccato o per il peccato dei suoi genitori?”. Gesù rispose: “Né il primo caso, né il secondo, ma si deve manifestare la gloria di Dio”. Insomma, c’è un piano più grande, infinito, misterioso di Dio, che noi non riusciamo a capire. Questa è la seconda idea espressa da Gesù.
La terza idea è : “Se non vi convertirete ...”. Come dicevamo: siamo tutti più o meno peccatori, ma certamente dobbiamo tutti convertirci. C’è un Dio, colui che ci ha creati, che vuole la nostra conversione. Egli vuole che, ad un certo punto, noi lasciamo il male, il peccato, le cattiverie, le infedeltà, crudeltà; le abbandoniamo, e al contrario cominciamo a fare il bene, a praticare la giustizia, la santità, le opere misericordia. Insomma, cominciamo a osservare i dieci comandamenti, a praticare tutte le virtù, a fare tutto il bene possibile, affinché possiamo raggiungere la salvezza e la santità, proprio come tanti fratelli e sorelle che ci hanno preceduto o ancora viventi.
Dio vuole la mia conversione, Dio vuole la tua conversione, fratello, sorella, chiunque tu sei. Dunque, se Dio vuole la nostra conversione, è segno che ci ama infinitamente. “Ma - dice Gesù - se non vi convertirete …”.
E c’è poi una continuazione, che esprime un’altra idea: “… perirete tutti allo stesso modo” .
Noi normalmente pensiamo che in questa frase venga sottintesa la morte fisica, materiale, ma nostro Signore forse voleva intendere un'altra morte, la “seconda morte”, la morte eterna, la morte nell’Inferno, la morte dell’anima. Ossia: “Dovete temere non tanto - come altra volta affermò - chi uccide il vostro corpo, la vostra vita materiale, fisica e terrena. Ma dovete temere la morte eterna, l’Inferno, la perdizione per sempre”. Ecco un’altra idea che ci consegna nostro Signore commentando quei due fatti di cronaca nera.
E infine Gesù racconta spontaneamente una parabola, con la quale, tutto sommato, spiega ancora meglio questi stessi concetti già accennati. Aggiunge forse soltanto un altro concetto ancora. Ossia, c’era un fico che per tre anni non aveva prodotto frutti; ad un certo punto, il padrone disse al suo servo: “Taglialo”. Poi il servo pregò e insistette, e il padrone concluse: “Va bene, lasciamolo ancora un anno, vediamo se in quest’altro anno produrrà dei frutti. Se no, lo taglierò”. Qual è l’altra idea che Gesù vuole sottolineare con questa parabola? Gli anni della vita, il tempo, i giorni, i mesi sono un dono della bontà e della misericordia e, diciamo anche, della pazienza di Dio nei confronti di ciascuno. Perché, in effetti, se io ho 39 anni, non so se vivrò fino a 40. Se tu ne hai 70, non sai se camperai fino a 71 anni. Quello che, in ogni caso, devo sapere e ricordare è che ogni giorno, ogni anno è un dono della bontà e della misericordia di Dio nei miei confronti: “Il Signore ha pietà del suo popolo” abbiamo ripetuto nel Salmo Responsoriale.
Io personalmente ho peccato tante volte e in tanti modi nel tempo che mi sta alle spalle, dall’uso di ragione fino ad oggi, e ancora non sono morto, ancora Dio non mi ha condannato all’Inferno e ancora Dio non mi ha punito, non ha fatto giustizia dei miei peccati. Si vede che egli ha ancora pazienza nei miei confronti, ha bontà e misericordia. E’ come se dicesse anche a me come a quel fico: “Lasciamolo un altro poco; vediamo se produce dei frutti nei giorni, nelle settimane, nei mesi, negli anni avvenire!”.
Fratelli e sorelle, il fatto che noi viviamo ancora mentre altri nostri amici e parenti, forse anche più giovani, sono già morti, questo fatto non deve essere un motivo per insuperbirci, gloriarci, per commentare sulle disgrazie altrui, né più né come forse volevano fare quegli interlocutori di Gesù: “Hai sentito? Hai visto che Pilato ha ucciso quei Galilei? Poveracci loro, disgraziati loro! Meno male che noi campiamo ancora!”. Non è questo il discorso. Il problema, infatti, non è vivere o morire, perché tutti viviamo, e prima o poi tutti moriremo. Non vi sembra?! Il problema è come si vive e come si muore. Se da santi o da disgraziati; se come alberi fruttuosi, o come fichi sterili. Comprendete? Direi che su di noi pende in ogni istante il giudizio e la bontà di Colui che ci ha creati, che ci ha dato la vita ma che ci vuole dare soprattutto la vita eterna, il Paradiso, il Regno dei Cieli. Il Signore non ci avrebbe dato neanche questa vita se non avesse voluto darci la vita eterna, ma dipende da noi. Nell’immenso universo, non c’è nessuna altra cosa più importante dell’uomo e della vita mia e tua. Perché, per questo uomo e per questa vita, per il nostro destino ultimo, il Signore Dio ha uno sguardo di amore e di compassione verso di noi. Il Signore Dio addirittura ha donato il Figlio suo sulla croce per salvarci.
Allora, conclusione delle conclusioni: dobbiamo convertirci e cambiare vita al più presto possibile, oggi e non domani, adesso e non più tardi, perché potrebbe non esserci né il domani né il più tardi. Io penso a tutti quelli che mettono sotto i piedi i comandamenti di Dio, a quelli che vanno da streghe e fattucchiere, a quelli che bestemmiano, a quelli che dissacrano il giorno di domenica e di festa, a quelli che disonorano e disobbediscono ai genitori, a quelli che ammazzano, che rubano, che commettono tradimenti, adulteri e impurità di ogni sorta. “Convertitevi, dice il Signore” abbiamo ascoltato oggi nel Versetto prima del Vangelo e nella II formula della Colletta abbiamo pregato così: “O Padre santo e misericordioso … infrangi la durezza della mente e del cuore … e portiamo frutti di vera e continua conversione”.
Conclusione delle conclusioni: in questa nostra vita terrena che nonostante tutto continua ancora, c’è sempre tempo per convertirsi se lo vogliamo: “Finché c’è vita c’è speranza” dice il proverbio. Non è mai troppo tardi per convertirsi, fosse anche sul letto di morte, nel momento in cui si sta per dare l’ultimo respiro. Al buon ladrone sulla croce capitò qualcosa del genere. Dunque, non è mai troppo tardi; ma forse, d’altra parte, è sempre troppo tardi, nel senso che, rimandando a domani la nostra conversione, non sappiamo, se faremo in tempo.
Padre Michele
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