SAN FILIPPO NERI E IL PELLEGRINAGGIO DELLE SETTE CHIESE
Così Pippo il Buono rimise la Chiesa nel cuore dei Romani
Ripercorrere oggi il cammino “inventato” da san Filippo Neri non è cosa semplice: il giovedì grasso
di ogni anno, a partire dal 25 febbraio 1552, i fedeli, all’inizio pochi amici poi diverse migliaia di
persone, partivano alla volta delle maggiori chiese della Città Eterna, san Pietro, san Paolo, san
Sebastiano, san Giovanni in Laterano, santa Croce in Gerusalemme, san Lorenzo e santa
Maria Maggiore.
Ci volevano buone gambe e tanta fede per una vera processione di penitenti e san Filippo aveva
scelto il periodo del Carnevale per preservare soprattutto i giovani dal peccato e dalle ricadute in
esso. Poi l’itinerario prevedeva soste in mezzo alla natura: la Roma del Cinquecento in queste zone
era una città con ampi spazi verdi o coltivati anche all’interno delle mura aureliane, contornata da
vigne, orti, campagna incolta disseminata di monumenti antichi, di memorie. Quindi non una vera
scampagnata, come si potrebbe pensare oggi. I luoghi toccati dai
penitenti erano, e lo sono tutt’oggi, ricchi di ricordi storici, fonte
di meditazione. Da sempre visitando antiche chiese e sepolcri di
santi e martiri ci si sente più vicino ai tempi dei primi cristiani e
diventa più facile pregare, la stessa fede si ravviva.
I testi seicenteschi sulle Sette Chiese ricordano che ogni tratto di
questo itinerario rappresentava uno dei sette viaggi di Cristo
durante la Passione, in una sorta di Via Crucis: dal cenacolo al
Getsemani; dall’orto alla casa di Anna; da questa alla casa di
Caifa; da lì al palazzo di Pilato; da quello di Pilato a quello di
Erode; di nuovo da Erode a Pilato; e infine dal palazzo di Pilato
al Calvario. L’intero percorso veniva compiuto nella stessa
giornata, oppure si dedicava il primo giorno a S. Pietro e il
giorno dopo alle altre. Ma si potrebbe oggi attraversare Roma,
con il suo traffico caotico, cantando inni sacri e salmodiando:
“Vanità di vanità – Ogni cosa è vanità. / Tutto il mondo è ciò
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che ha – Ogni cosa è vanità” secondo il canto attribuito a Giovanni Animuccia, uno dei primi
compagni del santo? Andiamo con ordine.
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